L’azienda di biotecnologie Novavax ha annunciato il 28 dicembre l’inizio degli attesi trial di fase 3 negli Stati Uniti. Studi sull’efficacia di questo vaccino nel prevenire le infezioni da covid sono già stati condotti nei mesi scorsi su 15.000 volontari nel Regno Unito, e saranno più avanti sottoposti all’EMA per ottenere un’autorizzazione. C’è da scommettere insomma che nel 2021 sentiremo spesso nominare anche questo vaccino, finito meno finora sotto i riflettori. Quale tecnologia sfrutta, di preciso?

COME FUNZIONA. In termini tecnici il candidato vaccino di Novavax è un vaccino a subunità proteica. Consiste in piccole particelle lipidiche che fanno da “puntaspillo” a copie ottenute in laboratorio della proteina spike, la chiave che il coronavirus SARS-CoV-2 usa per accedere ai recettori ACE2 delle nostre cellule. Alla molecola lipidica con i suoi cloni di spike è aggiunto un composto di origine vegetale, la saponina, che ha una funziona immunostimolante: incoraggia cioè la risposta immunitaria dell’organismo, che inizia a produrre anticorpi contro la proteina più riconoscibile del SARS-CoV-2. In pratica si costruisce, in un contesto protetto e non infettivo, un esercito di anticorpi specializzati, nell’eventualità di un successivo incontro con il virus vero e proprio.

PRO E CONTRO. Vaccini con questo tipo di tecnologia sono già usati con successo contro altre sgradite infezioni: funzionano così il vaccino contro l’epatite B somministrato ai neonati, un vaccino contro l’influenza approvato nel 2013 e i vaccini contro il papillomavirus umano che hanno quasi azzerato il rischio di tumore al collo dell’utero nelle nuove generazioni. Allo stesso tempo, rispetto ad altri vaccini anti-covid, che sfruttano le istruzioni genetiche che dirigono la produzione di spike anziché direttamente la spike stessa, questo tipo di approccio (scelto anche da Sanofi per il suo candidato vaccino) richiede tempi più lunghi.

Gli sviluppatori del vaccino di Novavax hanno dovuto produrre infatti la loro versione della proteina spike, il più simile possibile all’originale e sufficientemente stabile da mantenere la sua capacità di stimolare il sistema immunitario durante il processo di produzione e distribuzione. Ecco perché il 24 settembre, quando l’azienda ha iniziato il trial di fase 3 nel Regno Unito, Moderna, Pfizer-BioNTech e AstraZeneca erano già in fase avanzata dei test di efficacia.

QUALCOSA IN PIÙ DA OFFRIRE? I risultati dei primi trial sull’uomo usciti ad agosto hanno mostrato una forte risposta nella produzione di anticorpi e nessun effetto collaterale degno di nota. Interessanti sono anche i dati ottenuti su una dozzina di scimmie che hanno ricevuto diversi dosaggi del vaccino e sono state poi esposte al coronavirus: il SARS-CoV-2 non è riuscito a moltiplicarsi nel naso degli animali vaccinati, un’assenza di replicazione virale che, se valesse anche sull’uomo, farebbe sperare in un’efficacia sterilizzante del vaccino.

Se questo effetto fosse confermato nei test su decine di migliaia di persone significherebbe la possibilità di arrestare anche il contagio asintomatico nelle persone che diffondono inconsapevolmente la malattia. Ma la cautela è d’obbligo: i modelli animali non sono l’uomo e Novavax non ha mai ottenuto finora l’approvazione di uno dei suoi candidati vaccini.

IN CODA PER UN PLACEBO? Problemi importanti potrebbero sorgere nell’arruolamento dei volontari. L’azienda punta a somministrare il vaccino a due terzi dei 30.000 soggetti che spera di raccogliere tra USA e Messico. Ma proprio perché la distribuzione degli altri vaccini è già iniziata, meno persone potrebbero accettare di farsi coinvolgere in uno studio clinico in cui rischiano di ricevere un placebo.

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