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Tumori della prostata e dell’ovaio, approvata la terapia di precisione

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D’ora in poi, anche per il tumore della prostata avanzato sarà il risultato di un test genetico a guidare la cura. E le mutazioni conteranno sempre di più anche nel tumore ovarico. C’è infatti una novità per quanto riguarda queste due neoplasie: l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la rimborsabilità di una stessa terapia mirata, olaparib, per entrambe: nel primo caso quando vi sia una alterazione dei geni BRCA, nel secondo quando vi siano alterazioni nella riparazione del Dna, causate anche – ma non solo – dai geni BRCA. Ben la metà di tutti i tumori ovarici più comuni, infatti, presentano instabilità genetica.

I tumori che colpiscono prostata e ovaie

Il carcinoma della prostata è il cancro più frequente nella popolazione maschile: nel 2020 (ultimo anno per il quale si abbiano dati di incidenza) si sono verificati circa 36 mila casi. Il tumore dell’ovaio è meno frequente (al decimo posto, con circa 5 mila diagnosi l’anno), ma più insidioso, perché spesso scoperto in fase avanzata. Ormai è noto che le due neoplasie possono avere delle caratteristiche genetiche in comune (e che condividono anche con altri tumori: parte di quelli del seno, del pancreas, dello stomaco, per esempio).

Cos’è l’instabilità genetica

Quando vi è una mutazione nei geni BRCA o in uno degli altri geni che normalmente riparano i danni del Dna, avviene quello che i biologi chiamano deficit di ricombinazione omologa (o, abbreviato, HRD). Ciò che accade è che il Dna si ripara nel modo sbagliato e alcune cellule hanno una probabilità più alta di diventare tumorali. In questi casi è stata dimostrata l’efficacia dei farmaci PARP inibitori che, impedendo completamente la riparazione del Dna in queste cellule “difettose”, ne inducono la morte. Olaparib è stato il primo farmaco di questa nuova classe ad essere messo a punto e approvato: inizialmente solo per il tumore ovarico avanzato con mutazioni BRCA, mentre ora l’indicazione è estesa a tutti i casi HRD-positivi.

Olaparib per il tumore ovarico

“La sopravvivenza a 5 anni nel tumore dell’ovaio è ancora al 43%, anche perché troppe donne, circa l’80%, scoprono la malattia in fase avanzata”, spiega Giovanni Scambia, Direttore scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma: “Siamo di fronte a uno dei tumori più aggressivi fra le neoplasie ginecologiche. Oggi, però, abbiamo a disposizione terapie efficaci che permettono di tenere sotto controllo la malattia metastatica. Oltre alla chemioterapia, sono disponibili farmaci antiangiogenetici, che impediscono la crescita del tumore, e i PARP inibitori, in grado di agire in maniera selettiva sulle cellule mutate che provocano il tumore ovarico”.

Nello studio PAOLA-1, pubblicato sul New England Journal of Medicine, olaparib, in combinazione con bevacizumab, ha dimostrato di ridurre il rischio di progressione della malattia o morte del 67%: “L’aggiunta di olaparib ha portato la sopravvivenza libera da progressione a una mediana di oltre 3 anni, cioè a 37,2 mesi rispetto a 17,7 con bevacizumab da solo nelle pazienti con carcinoma ovarico avanzato HRD-positivo”, dice Nicoletta Colombo, Direttore del Programma di Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e Professore Associato all’Università Milano-Bicocca: “Poter utilizzare una terapia di mantenimento è molto importante per queste pazienti – sottolinea Colombo – perché circa il 70% delle donne con malattia avanzata va incontro a recidiva entro due anni. I dati ottenuti con un follow-up a 36 mesi hanno mostrato un miglioramento statisticamente significativo anche del tempo alla seconda progressione di malattia, con una mediana di 50,3 mesi rispetto a 35,3 mesi con bevacizumab da solo”.

Ma mancano i test HRD

Diventa ora, però, fondamentale per le pazienti poter accedere al test genetico HRD. Che, spiega ancora l’oncologa, permette di identificare tempestivamente chi può beneficiare di un trattamento in grado di controllare la malattia a lungo termine, ritardando la ricaduta, con una buona qualità di vita. Allo stesso modo, è essenziale che anche gli uomini con tumore della prostata metastatico possano accedere al test per le mutazioni BRCA. Secondo le stime, le alterazioni genetiche riguardano circa il 20% dei casi che, vista l’alta incidenza della neoplasia, si traducono in un numero elevato di pazienti con alterazioni genetiche: almeno 8 mila ogni anno.

Olaparib per il tumore della prostata

L’Aifa, ricordiamolo, ha approvato la rimborsabilità di olaparib come monoterapia in chi presenta carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione con mutazioni BRCA1/2, in progressione dopo una precedente terapia ormonale (con enzalutamide o abiraterone). “È un momento storico per chi si occupa di tumore della prostata: si tratta della prima terapia mirata, cioè del primo strumento di precisione. Per di più che permette di ottenere un vantaggio clinico importante: più tempo e più qualità di vita,  aspetto molto importante da considerare, soprattutto nella fase metastatica”, sottolinea Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e coordinatore nazionale dello studio PROfound, che ha dimostrato l’efficacia del Parp inibitore in questa popolazione di pazienti. Nello studio, pubblicato anch’esso sul New England Journal of Medicine, olaparib ha infatti più che triplicato la sopravvivenza libera da progressione (la sopravvivenza mediana è stata di 9,8 mesi rispetto a 3 mesi con enzalutamide o abiraterone). Olaparib, inoltre, ha ridotto il rischio di morte del 31%, con una sopravvivenza globale mediana di 19,1 mesi rispetto a 14,7 mesi con l’agente ormonale.

“Il test BRCA – continua Procopio – eseguito su sangue periferico o su tessuto tumorale, rappresenta uno step fondamentale nella diagnosi e nella decisione del trattamento del carcinoma prostatico metastatico, come stabilito anche nelle Raccomandazioni dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica”.

Identificare le famiglie ad alto rischio

Non bisogna dimenticare un altro aspetto importante: l’identificazione di varianti nei geni BRCA1/2 in un uomo con carcinoma prostatico o in una donna con tumore dell’ovaio permette di intraprendere un percorso di consulenza oncogenetica nei familiari sani. “Questo rende possibile proporre programmi mirati di diagnosi precoce e strategie finalizzate alla riduzione del rischio, come l’asportazione chirurgica di tube e ovaie”, conclude Scambia: “È stato stimato che in una neoplasia come quella dell’ovaio, priva di efficaci strumenti di screening, questo approccio possa portare nei prossimi 10 anni a una riduzione dell’incidenza del 40%, che è un numero davvero significativo. In futuro anche la prevenzione sarà sempre più personalizzata”.

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Valentina Romano
Ciao mi chiamo Valentina, pubblico notizie di vario genere e di vari argomenti. Mi piacerebbe interagire con voi, commentate gli articoli e vi risponderò a breve.

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