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La storia della strage alla stazione di Bologna

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C’è una nuova condanna per la strage alla stazione di Bologna: si tratta del “quinto uomo”, Paolo Bellini, il terrorista di destra, esponente del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, già coinvolto all’inizio del processo negli anni Ottanta, che era riuscito a sviare le indagini grazie a un falso alibi. Il 6 aprile 2022, infatti, Bellini è stato condannato in primo grado all’ergastolo con un anno di isolamento per concorso nella strage.

Finalmente è stata fatta luce su una delle pagine finora più buie della storia italiana, la strage avvenuta il 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale. Un ordigno a tempo, nascosto in una valigia lasciata nella sala d’aspetto della seconda classe ,esplose alle 10:25 di quella mattina, provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.

BOLOGNA: 40 ANNI PER LA VERITÀ, DI PINO CASAMASSIMA (FOCUS STORIA 166)Quel sabato 2 agosto 1980, la stazione di Bologna brulicava di famiglie in partenza per il mare, militari in licenza, studenti pronti per la loro gita all’estero. La sala d’aspetto di seconda classe era affollatissima. Una signora sfogliava una rivista e con la coda dell’occhio controllava il figlio che oltre la porta a vetri gironzolava sul marciapiede del primo binario. L’ultima cosa che vide quella donna fu suo figlio che saltava per aria. Erano le 10:25 e ancora una volta un orologio scandiva una carneficina.

TROPPE STRAGI. Era successo il 12 dicembre 1969 alle 16:37 in piazza Fontana a Milano, il 28 maggio 1974 alle 10:12 in piazza della Loggia a Brescia e ancora, in quello stesso anno, all’1:23 del 4 agosto a San Benedetto Val di Sambro, alle porte di Bologna, quando un ordigno scoppiò sul treno Italicus. Questa volta, a provocare l’eccidio era stata una valigia sistemata in quella sala d’aspetto: 23 chilogrammi di esplosivo che provocarono 85 morti e oltre 200 feriti, molti dei quali sepolti sotto le macerie dell’ala ovest della stazione crollata. L’onda d’urto aveva investito anche il treno fermo sul primo binario demolendo la pensilina.

Per estrarre le persone si scavò con le mani e per trasportare i feriti negli ospedali della città si usò ogni mezzo, taxi, auto private e persino autobus. L’autobus 37 e l’orologio del primo binario fermo alle 10:25 divennero simbolo di quella che l’allora presidente Sandro Pertini definì “l’impresa più criminale mai avvenuta in Italia”. A quarant’anni di distanza, nuove indagini della procura di Bologna hanno ricostruito il quadro di quella strage: c’entravano gruppi terroristici neofascisti, settori deviati dello Stato e la loggia massonica P2 di Licio Gelli. Ma cominciamo dall’inizio.

LE INDAGINI. L’attenzione degli inquirenti che indagarono sulla strage di Bologna si erano concentrate subito sugli ambienti dell’eversione nera. Erano trascorsi solo sei anni dalle stragi di Brescia e dell’Italicus e 11 da quella di piazza Fontana che aveva inaugurato la stagione delle bombe, tutte di matrice neofascista. Due giorni prima di quel 2 agosto, la procura di Bologna aveva rinviato a giudizio gli imputati dell’attentato all’Italicus, fra cui Mario Tuti del Fronte Nazionale Rivoluzionario.

Il 22 agosto un rapporto della Digos svelava alcuni documenti, “fogli d’ordine” di Ordine Nuovo – l’organizzazione neofascista implicata nelle strage di piazza della Loggia a Brescia e piazza Fontana a Milano – e sei giorni dopo la procura di Bologna emetteva 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di organizzazioni neofasciste quali i Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar), il Movimento Rivoluzionario Popolare e Terza Posizione.

I DEPISTAGGI. Insieme alle indagini, partirono anche i depistaggi. Come? Spostando l’attenzione su un possibile complotto internazionale. A imbastire la falsa pista furono settori deviati del Sismi, il servizio segreto militare all’epoca diretto dal generale Giuseppe Santovito iscritto alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli che risulterà centrale in questa vicenda.

Una di queste operazioni fu denominata “Terrore sui treni“: il 13 gennaio 1981 in uno scompartimento dell’Espresso Taranto-Milano, fu fatta rinvenire una valigia contenente lo stesso tipo di esplosivo usato a Bologna. A piazzarla era stato un sottufficiale dei carabinieri, che ci aveva messo documenti e oggetti che riconducevano a due estremisti di destra, il francese Raphael Legrand eil tedesco Martin Dimitris, i cui nomi figuravano in un dossier fasullo che ne denunciava gli intenti stragisti. Dossier che era stato imbastito sotto la direzione del generale Pietro Musumeci, vice capo del Sismi, con l’agente piduista Francesco Pazienza e il colonnello del Sismi Giuseppe Belmonte, anche lui della P2.

A confondere ulteriormente le acque, nel 1991 ci fu una dichiarazione dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che indicava nei palestinesi i responsabili della strage. Ci fu poi la tesi che vedeva in quella strage una ritorsione libica per l’attacco franco inglese (fallito) contro il colonnello Gheddafi. A far cadere la pista libica, col non trascurabile sostegno politico di Giulio Andreotti, ci sarebbe stato un concorso d’interessi che aveva al centro Eni e Fiat, in cui il dittatore Gheddafi aveva importanti quote di partecipazione azionaria. Altro teorema, quello che indica nella Cia o nel Mossad (o in entrambi contemporaneamente) i responsabili: il loro intento sarebbe stato quello di contrastare la politica filoaraba portata avanti contro gli interessi americani e israeliani dal governo italiano con il cosiddetto Lodo Moro, un patto segreto di non belligeranza tra Italia e palestinesi voluto dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro.

I PROCESSI. L’iter giudiziario si aprì nel 1987 con il processo di primo grado: sul banco degli imputati finirono una ventina di persone, che vennero tutte assolte in Appello tre anni dopo. Il 23 novembre 1995 la Corte di Cassazione confermò invece la condanna all’ergastolo per i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, considerati gli esecutori materiali della strage. Furono condannati per depistaggio delle indagini il Maestro Venerabile della P2 Licio Gelli, Francesco Pazienza e i due alti ufficiali del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Ci fu poi un secondo processo che nel 2007 condannò a trent’anni come esecutore della strage anche Luigi Ciavardini, ex Nar, minorenne all’epoca dei fatti.

Un terzo processo si aprì nel 2017 ed è terminato proprio pochi mesi fa: chiudendo l’inchiesta lo scorso febbraio – cioè un mese dopo aver condannato all’ergastolo in primo grado l’ex Nar, già in carcere per l’assassinio del magistrato Mario Amato del giugno 1980, Gilberto Cavallini, per concorso in strage – la procura di Bologna ha indicato nella P2 la mente organizzatrice. Come ci si è arrivati?

SEGUIRE IL DENARO.  Con il cosiddetto “metodo Falcone” (“Follow the money” ovvero “seguire il denaro”), con cui il giudice antimafia Giovanni Falcone aveva messo in scacco l’organizzazione mafiosa indagando sui loro affari finanziari. I giudici bolognesi sono infatti stati dietro a un flusso di denaro che dalla P2 portava ai Nar. Cinque milioni di dollari arrivati ai neofascisti con operazioni complicate che la Guardia di Finanza ha ricostruito risalendo a conti bancari di Licio Gelli e Umberto Ortolani, il faccendiere romano considerato la mente finanziaria della Loggia P2. Questi aveva promosso diversi affari di Gelli in America Latina e messo in contatto il capo della P2 con Paul Marcinkus, il potentissimo e chiacchieratissimo arcivescovo americano presidente dello Ior, la banca vaticana. Un disegno criminale che vedeva coinvolti anche Federico Umberto D’Amato, all’epoca capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, e il senatore missino Mario Tedeschi, anch’egli piduista.

Altra novità è quella che indica tra gli esecutori il neofascista di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini. Per i giudici bolognesi, la cosiddetta “Primula nera” – già condannata per altri omicidi – era al fianco di Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini. Per gli inquirenti, che hanno rinviato a giudizio per depistaggio anche l’ex generale del Sisde (l’intelligence civile) Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, la preparazione della strage sarebbe iniziata nel febbraio del 1979.

NUOVI NOMI. Ma le novità non finiscono qui, e alcune sono arrivate dopo un’indagine dei giornalisti di Report, programma d’inchieste di Rai 3. La Digos, su disposizione della procura di Bologna, ha acquisito la documentazione della puntata dal titolo Virus nero, che ricostruisce il sostegno dato da ambienti eversivi inglesi ai latitanti italiani. A inguaiare personaggi prima solo sfiorati dalle indagini sulla strage, sono state le dichiarazioni di Raymond Hill, ex dirigente di un’organizzazione neonazista inglese infiltrato dalla polizia, che quattro mesi prima del 2 agosto 1980 avrebbe incontrato il neofascista Enrico Maselli.

Questi allora avrebbe annunciato un imminente attentato in Italia, chiedendo ospitalità per quei camerati che sarebbero stati costretti a rifugiarsi all’estero dopo la strage. Maselli oggi conferma il contatto con Hill, ma smentisce ogni riferimento alla strage. Dell’incontro fra i due personaggi era a conoscenza la polizia italiana già nel 1985, ma era finito tutto nel nulla a causa di un clamoroso errore di trascrizione: Maselli era diventato nei documenti Tomaselli, e quindi era sparito dalle indagini. Forse però oggi la verità è davvero vicina.

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Marco Lombardi
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