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Alzheimer, scoperti altri 40 fattori di rischio

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A Torino sono stati scoperti 40 nuovi fattori di rischio per la malattia di Alzheimer, all’ interno delle patologie di deficit cognitivo che in Piemonte colpiscono 60 mila persone, 50 milioni le persone affette da demenza in tutto il mondo. Con la possibilità, se non si troveranno le cure, di veder triplicati i numeri entro il 2050 vista la crescente incidenza e l’invecchiamento della popolazione.

Lo studio è stato  appena pubblicato su Nature Genetics. La ricerca ha anche confermato il ruolo di altri fattori già noti ed è stato possibile generare una valutazione di rischio di contrarre la malattia che potrà essere usata per la sperimentazione di nuovi farmaci.

Per la prima volta questa indagine ha scoperto il ruolo dei geni connessi con il fattore Tnf-alpha nella modulazione della malattia. Un passo per mettere a punto trattamenti specifici che possano rallentare la progressione della malattia. Sono anche stati isolati alcuni geni che hanno un ruolo non solo nella malattia di Alzheimer, ma anche in demenze correlate come la frontotemporale e a corpi di Lewy.

Inoltre la ricerca ha chiarito il ruolo delle cellule microgliali nella progressione della malattia, cellule “spazzine” cerebrali che provvedono alla rimozione di proteine anomale potenzialmente neurotossiche. L’attivazione eccessiva delle cellule microgliali può essere causa del danno secondario che si osserva nella malattia.

Alla ricerca ha partecipato il Centro Alzheimer universitario della Città della Salute, coordinato dal professor Innocenzo Rainero con la collaborazione dei ricercatori Elisa Rubino, Silvia Boschi e Fausto Roveta. Sono stati selezionati numerosi pazienti piemontesi, Un grande studio a livello mondiale, possibile grazie alla costituzione di un grande network europeo di ricercatori (European Alzheimer and Dementia Biobank – Eadb) che, in collaborazione con ricercatori statunitensi e australiani, ha permesso di raccogliere campioni di dna di più di 110.000 pazienti affetti da Alzheimer e di confrontarli con quelli di 750.000 soggetti sani.

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Valentina Romano
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